‘Come eravamo…’ Sessant’anni di ceramica

A margine della festa per il 60mo compleanno di Roberto Caroli, l’amarcord
di tanti imprenditori che non dimenticano da dove sono venuti e ricordano i ‘tempi eroici’ del distretto.Quelli, per dirla con Fausto Tarozzi, «fatti di lavoro e fatica, di molta gente e molta polvere…»

Passato il tempo che serviva, ci siamo detti, «perché no?». Così, abbiamo scelto di farne passare un po’, perché non ci piaceva apparire troppo autoreferenziali… Ma adesso che il tempo che serviva è passato, possiamo dar conto dell’evento con cui l’inventore di Ceramicanda, Roberto Caroli ha festeggiato i suoi primi 60 anni.

L’occasione, nel senso di compleanno, è stata solo un’occasione, ma siccome nulla viene per caso, i microfoni di Ceramicanda ne hanno approfittato per chiedere (anche) un parere ai tanti imprenditori – non c’erano solo loro, però – intervenuti su come è cambiato il settore negli ultimi sessant’anni.

Ne è uscito un ‘Amarcord’ di cui vale la pena dare conto, senza troppa malinconia, però… Perché dentro le parole di chi si è fermato davanti ai nostri microfoni ci sono sì un pizzico di nostalgia per tempi nei quali fare ceramica voleva dire cominciare un’avventura che porterà lontano quel territorio che vale, oggi, la stragrande maggioranza della produzione ceramica italiana e della tecnologia annessa, ma non ha nessuna voglia di fermarsi e non smette di reinventare se stesso.

«E se c’è un augurio che mi sento di fare al Direttore – ha detto il Direttore Generale di Confindustria Ceramica Armando Cafiero – è quello di vivere almeno altri sessant’anni con lo stesso entusiasmo e la stessa curiosità. Stesso augurio che faccio, ovviamente, al settore».

Che sessant’anni fa c’entra nulla con quello che il gruppo editoriale fondato da Roberto
Caroli racconta oggi. I ricordi, per chi c’era, sono fotografie in bianco e nero dell’inizio di
un’epoca, che di ogni inizio d’epoca aveva tutte le caratteristiche. Entusiasmo, volontà,
spirito di sacrificio, voglia e fatica, dedizione: nulla che oggi manchi al settore che tuttavia,
nel frattempo, ha cambiato decisamente volto e oggi offre panorami ipertecnologici lontanissimi da quelli degli Anni Cinquanta. Oggi comandano, complice il 4.0, la realtà
aumentata e il controllo da remoto, ieri l’unica realtà era quella ‘quotidiana’ della fabbrica intesa in senso proprio, che migliaia di ‘tute blu’ raggiungevano in bicicletta,
con un panino in un sacchetto da mangiare durante le pause che intervallavano – quando li intervallavano – turni infiniti che hanno forgiato generazioni, assicurando loro lavoro
e prosperità. Quanto al ‘remoto’, era solo aggettivo che oggi si appiccica ad un passato
a suo modo eroico, che resta comunque nel ricordo dei più con segni indelebili. «Come
la fatica, la grandissima fatica legata ad un lavoro caratterizzato dalla manualità», racconta
Giancarla Benedetti di Gold Art: dalle sue memorie di imprenditrice emerge, come un ‘simbolo’ di quei tempi di produzione la più ‘spinta’ possibile, l’immagine dei temuti ‘cavallotti’
e degli addetti che, tra ‘madonne’ e concitazione, provavano a limitarne gli effetti. Oggi, Cavallotti, è più un cognome che indica una via di Sassuolo, ieri no.

(continua a pag. 27)