«La Russia è mercato sempre più complesso per gli italiani»

L’edizione 2018 di Batimat conferma le difficoltà per il made in Italy della piastrella, stretto tra la
concorrenza spagnola e una legislazione che tutela la produzione locale. «E la riduzione del potere d’acquisto di quella che una volta era la fascia media – spiega Loris Marcucci – non aiuta»

«Sono 32 anni che mi occupo di Russia. E’ diventata quasi una questione di cuore, e quello che si ama non si discute». Ma in questo caso se ne può comunque parlare, di Russia, visto che a fare le carte al mercato russo è Loris Marcucci, interlocutore abituale del Dstretto e di Ceramicanda quando scegliamo di occuparci del tema. A poco meno di due mesi dalle elezioni che hanno confermato come la Russia di oggi non abbia nessuna voglia di prescindere da Vladimir Putin che incassa fiducia plebiscitaria, e a qualche settimana dalla chiusura del Batimat, la fiera di riferimento per il mercato russo della ceramica, quello che dipinge Marcucci è un quadro di luci ed ombre. Quadro che ‘il nostro agente a Mosca’ tratteggia con la consueta puntualità spiegando, a proposito della fiera moscovita, come «agli ingressi del Batimat avrebbero potuto mettere il cartello con il motto dantesco Lasciate ogni speranza voi ch’entrate»

In che senso?
«Nel senso che l’edizione 2018 del Batimat ha confermato la preminenza, sul mercato
russo, dei produttori locali, che del resto valgono, secondo le ultime statistiche relative al 2017, circa il 72% del mercato russo. Rendendo quindi oltremodo difficili ingerenze altrui: ovvio la presenza italiana fosse abbastanza esigua»

Quanti erano i produttori italiani di ceramica presenti?
«Una dozzina, contro il 36 del 2013. La contrazione, del resto, riflette il calo delle vendite
e conferma quanto sia complesso, per chi esporta, affrontare un mercato che tuttavia, stando ai dati più recenti, sembra espandersi sia in volumi che in fatturato»

C’erano gli spagnoli, però, la cui concorrenza nei confronti del made in Italy continua a farsi sentire: perché loro bene e noi italiani così così?
«C’erano eccome, gli spagnoli: come sempre non troppo accattivanti nella loro presentazione
dei prodotti ma non privi di proposte che hanno una loro efficacia, come peraltro testimoniato dal fatto che il prodotto spagnolo, in Russia, oggi vale quasi il triplo di quello italiano in termini di metri quadrati: parliamo di quasi 5 milioni di metri quadri contro il poco più di un milione e mezzo di metri che esporta l’Italia»

Vuol dire che i russi oggi guardano soprattutto al prezzo?
«Non necessariamente: credo il meccanismo sia indotto da dinamiche sociopolitiche ben chiare. Da una parte c’è la riduzione del reddito reale di gran parte della popolazione russa, dall’altra c’è la scomparsa del cosiddetto ceto medio, ovvero di quei consumatori che, ristrutturando la propria casa, potevano permettersi un prodotto un po’ più costoso di quello locale e guardava anche al made in Italy. E poi c’è quel vincolo legale a tutela della produzione locale che la impone su ogni progetto statale: questo significa che, ad esempio, in tutti gli impianti sportivi in cui si giocano i mondiali gli italiani non trovano posto, a meno che non producano anche in loco»

Circostanze che valgono anche per gli spagnoli, che tuttavia sembrano andare decisamente meglio. Perché, secondo Marcucci?
«Oltre al prezzo, quasi il 50% in meno, c’è la tipologia di prodotto che risulta vincente nei
confronti di quello italiano, e parliamo anche di estetica: sul mercato russo, a differenza dei mercati europei e di quello statunitense, il 40% è rivestimento, tipologia produttiva sulla quale gli spagnoli sono più forti di noi, e per il consumatore dell’est il colore e il decoro restano valore aggiunto, quando si parla di superfici. Il minimalismo, le resine, i cementi che connotano molto del made in Italy della ceramica
non integrano al meglio le istanze del consumatore russo, che tra l’altro, non dimentichiamolo,
non è necessariamente quello che abita a Mosca o San Pietroburgo, ma magari sta in Siberia, o in zone geograficamente, e non solo, più vicine all’Asia che all’Europa»

(continua a pag.16)