«Una lezione anche per la nostra classe dirigente»

La vede così,
l’elezione di Trump,
Filippo Taddei, ad
avviso del quale
«eventuali interventi
di ‘chiusura’ del
mercato americano
non pregiudicheranno
l’export italiano»

«L’effetto sulle importazioni? Limitato, almeno per quanto attiene al made in Italy». Ne
è convinto Filippo Taddei, economista che gli USA li conosce bene (PhD alla Columbia University) e oggi insegna macroeconomia alla School of Advanced International Studies
della Johns Hopkins University.

Interlocutore ideale, dunque, per fare le carte al prossimo futuro a stelle e strisce, con particolare attenzione ai possibili destini delle merci che gli USA importano.

«Ma se oggi, ancora, non
sappiamo cosa farà Trump, è facile immaginare – dice Taddei – che eventuali interventi
di ‘chiusura’ del mercato peseranno soprattutto sui paesi più vicini agli USA dal punto di
vista industriale e che si avvantaggiano di un costo del lavoro più basso»

Viene più da pensare, insomma, al Messico che non all’Italia, quindi…

«Sì, anche perché le fortune dell’export italiano in USA sono legate alla qualità, non al basso costo del lavoro. Da questo punto di vista è lecito attendersi di correre meno rischi
rispetto ad altri paesi: l’Italia produce ed esporta negli USA beni diversi da quelli che gli USA producono, hanno una loro nicchia e un loro pubblico di riferimento»

Le aspettative?

«Credo che quello che Trump proverà a
disciplinare non sia un mercato aperto nel senso pieno del termine, non è nei confronti di paesi come l’Italia che interverranno limitazioni»

Si può sperare, visto che Trump è un costruttore, che molta della sua politica economica
parta proprio da lì, rilanciando edilizia e investimenti?

«Molto probabile lo faccia, concentrandosi
bene sugli USA stessi.

La sua piattaforma elettorale, a conti fatti, si muove su due direttrici fondamentali,

ovvero tasse più basse e rilancio degli investimenti»

Piattaforma ovvia, ma gli investimenti li sostenne
anche Obama…

«Vero, l’amministrazione Obama ha speso, ma ha investito soprattutto sul sociale. Trump
invece punta alle infrastrutture, nel senso più pieno del termine. Strade, ponti, viadotti,
grandi opere: è lì che si crea il consenso ed
è soprattutto lì che si creano i posti di lavoro e si creano più in fretta. In fondo, è stato anche l’andamento discontinuo del mercato del lavoro a decidere gli esiti elettorali»

Esiti tutt’altro che scontati, tra l’altro…

«Gli analisti, alla vigilia, hanno sbagliato proprio
a non tenere conto della geografia del lavoro. In America la ripresa è iniziata da un
po’, ma ci sono ancora parecchi posti di lavoro in meno rispetto ai livelli auspicati, e
quella ripresa di cui si parlava prima non si è diffusa in maniera omogenea sul territorio,
ma ha penalizzato grandi stati, penso alla
cosiddetta catena della ruggine, che hanno
votato di conseguenza».

Voltando le spalle a Clinton…

«Già: la Clinton, ricordiamolo, ha perso più voti, ma la geografia del lavoro di cui si diceva
prima ha detto che questo sostegno non era omogeneo»

Una sconfitta per i media, che hanno ‘spinto’ Clinton e snobbato Trump…

«Non tanto per i media, quanto per la classe dirigente americana, che non ha saputo leggere
a dovere la realtà.

E, a proposito di classe dirigente, la vittoria di Trump credo possa essere una lezione anche per la nostra».